Dai tessuti dimenticati a una nuova idea di artigianato sostenibile. L’idea vincente di Lorenzo Giannini

Leila D'Alessandro e Filippo Caldaroni durante l'intervista
Leila D'Alessandro e Filippo Caldaroni durante l'intervista

C’è chi lascia un posto sicuro in azienda per inseguire qualcosa di più grande, non in termini di fatturato, ma di impegno etico. Lorenzo Giannini ha fatto proprio questo. Dalla logistica e dagli acquisti di una grande azienda tessile, è passato a fondare nella sua Rimini “Studio Totipotente”: un laboratorio artigianale che recupera pezzi di tessuto destinati al macero e li trasforma in sacchi a pelo multifunzione, ognuno diverso dall’altro.

Lorenzo Giannini

Lo abbiamo incontrato in collegamento via Zoom per intervistarlo e qui sotto vi presentiamo, oltre alla versione integrale del video, una sintesi della conversazione alla quale ha partecipato ance Filippo Caldaroni.

Lorenzo, raccontaci in cosa consiste la tua attività.

La mia è un’attività artigianale: nasco come sarto e mi occupo di recuperare i tessuti. Vado in giro alla ricerca di piccoli pezzi di tessuto che non hanno più futuro e li salvo prima che vadano al macero. Con questi materiali creo sacchi a pelo con molteplici funzioni: possono essere usati come sacco a pelo, come coperta o come poncho. Ogni pezzo è unico, tutti diversi l’uno dall’altro. In sintesi, il mio lavoro si concentra in due fasi: la ricerca del tessuto e la produzione di pezzi unici.

Perché hai lasciato il tuo lavoro precedente?

Ho fatto una crescita completa all’interno del settore tessile: sono partito dai magazzini e sono arrivato alla logistica, ai negozi, al controllo qualità, all’amministrazione e alla produzione, fino a ricoprire il ruolo di buyer per un’azienda di Rimini: principalmente collocavo maglieria, intimo e beachwear. Ma a un certo punto ho capito che non basta guardare solo il portafoglio. Bisogna chiedersi in quali ecosistemi si vuole vivere e quali valori si vogliono dare alla propria esistenza. Ho scelto la strada del piccolo: lavorare con il poco, con il dimenticato.

E cosa ti ha spinto, più nel profondo, a cambiare?

La spinta principale è stata capire come mi sarei immaginato tra cinque, dieci, quindici anni. Ero relativamente giovane, avevo già accumulato un bel bagaglio di esperienze, avevo visto molte cose. E mi sono chiesto: cosa voglio effettivamente essere domani? Come posso sentirmi orgoglioso al cento per cento di quello che faccio? Come posso apportare un contributo positivo al mondo? È stata una scelta profondamente interiore.

I tuoi studi universitari ti hanno aiutato in questo percorso?

Certamente. Mi sono laureato all’Università di Bologna in Mode Design, Arti Visive, Musica e Spettacolo. All’epoca era un corso molto teorico e lo vivevo con un po’ di frustrazione, perché uscivo dalle superiori con la voglia di fare cose concrete. Dentro quel percorso, però, ho trascorso quasi un anno all’Università di Design Industriale di Valencia grazie all’Erasmus: un’esperienza straordinaria, in cui ho iniziato davvero a toccare con mano certi aspetti del design.

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Oggi quella formazione mi permette di gestire la comunicazione, la fotografia, i video, la grafica, il sito web e la produzione in modo completamente autonomo. La teoria da sola non basta, naturalmente ci si deve sempre mettere del proprio, ma quegli anni mi hanno dato una conoscenza trasversale che vale molto. L’attività l’ho avviata nel giugno del 2024, e dopo un anno e mezzo posso ritenermi soddisfatto, anzi orgoglioso di quello che sta venendo fuori.

Perché hai chiamato la tua impresa “Totipotente”?

Anche questo ha a che fare con gli studi ma questa volta con il liceo. Durante una lezione di biologia affrontammo l’argomento delle cellule totipotenti, che mi affascinò enormemente. Queste cellule, in stato embrionale, hanno la capacità di differenziarsi e diventare qualunque cosa di cui l’organismo abbia bisogno: un globulo rosso, una piastrina, un globulo bianco. Mi sembrò l’immagine perfetta per quello che volevo fare. I miei prodotti cambiano forma in base a ciò di cui il cliente ha bisogno: sacco a pelo, coperta, poncho. Questa multifunzionalità, questa potenza latente nell’oggetto, è l’essenza del nome.

Che differenza c’è tra riciclo e riuso? Il tuo lavoro come si colloca?

Il mio è un progetto di upcycling, che è qualcosa di diverso dal riciclo tradizionale. Riciclare significa sfibrare il tessuto, smembrarlo nelle sue componenti – un processo che, per quanto nobile, ha comunque un impatto ambientale significativo: consuma molta acqua. Il mio obiettivo è anticipare questo meccanismo, salvare i tessuti prima ancora che diventino scarto. I materiali che utilizzo non sono mai stati indossati: si tratta di pezzi da uno a tre metri che, senza il mio intervento, non avrebbero futuro. L’upcycling è questo: una rigenerazione creativa. Si applica in tantissimi settori, dall’arredamento all’interior design, e credo che nelle aziende moderne figure come queste, capaci di reinterpretare creativamente gli scarti, siano sempre più preziose.

Come mai i tuoi prodotti sono più diffusi all’estero, soprattutto nel Nord Europa?

È stata in parte una scelta commerciale, in parte una conferma del mercato. I primi eventi a cui ho partecipato erano legati al mondo del camper, del van life e dell’overlanding, tutte culture molto sviluppate in Svizzera, Austria, Germania e Francia, dove il potere d’acquisto è maggiore e le temperature sono più rigide. Puntando su prodotti caldi, ho individuato un pubblico naturalmente interessato. Ho iniziato a frequentare quelle fiere, a fare le poche sponsorizzate sui social indicizzandole su quei paesi, e ho trovato buon riscontro. Così è diventato il mio mercato principale.

Pensi sia possibile diffonderli anche in Italia? Come?

Attraverso il vostro magazine, innanzitutto! Più seriamente: è un processo lungo. Sono da solo, le energie si consumano ogni giorno su tutto. Per conquistare il pubblico italiano dovrei fare una comunicazione più mirata verso di lui, è tutta una questione di comunicazione: più comunichi, meglio ti fai conoscere.

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Nei prossimi mesi mi concentrerò probabilmente sul mondo dell’equitazione: ho scoperto che esiste una nicchia legata ai viaggi a cavallo, specialmente nell’area appenninica, dove i sacchi a pelo e le coperte tecniche sono molto usati. Cresceremo anche qui, passo dopo passo.

Perché, secondo te, le persone sprecano così tanto?

È una questione educativa e culturale. Io personalmente faccio fatica a sprecare qualsiasi cosa: finisco il piatto anche quando non ho più fame, spengo sempre la luce, chiudo l’acqua. Tutte quelle piccole accortezze che oggi sembrano quasi anacronistiche, ma che ancora fanno la differenza. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha insegnato il rispetto delle risorse, e l’ho declinato in ogni aspetto della mia vita. Il problema è alla radice: è educativo. Ed è lì che bisogna lavorare.

Guarda la versione integrale dell’intervista in video