Travolti dai vestiti? È il momento di dire basta al fast fashion

Stop al fast fashion: una ragazza sommersa dagli abiti
Foto: Magnific

È un fenomeno sempre più diffuso, con un grande impatto ambientale, sociale ed economico. Si chiama “fast fashion”, in italiano “moda veloce”, ed è il lato oscuro nel settore dell’abbigliamento.

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Basti dire che, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, il consumo dei prodotti tessili nell’Ue è aumentato da 17 kg a persona nel 2019 ai 19 Kg nel 2022, quanto basta per riempire una valigia grande di vestiti.

Rappresentazione grafica: Consumo di abbigliamento nell'Ue

Dall’armadio alla discarica

Ma non finisce qui: sempre secondo la stessa agenzia, larga parte dei capi che buttiamo via (circa l’87%) viene destinata alle discariche. A questo spreco contribuiamo tutti noi, più o meno consapevolmente, con i maglioni che usiamo per un solo inverno e dimentichiamo nell’armadio. O con quella maglietta che ci regalano al compleanno e che non indosseremo mai.

Ecco perché in redazione abbiamo deciso di affrontare proprio questo argomento nella prima home page de “La goccia”: per approfondire la conoscenza di questo tema e migliorare le nostre abitudini.

Passerelle e produzione di massa

Ma come siamo arrivati a questo punto? E come si può uscire da un circolo vizioso che si nutre, in fondo, della nostra paura di essere diversi e ci sospinge a seguire a tutti i costi la moda del momento? «Cominciamo col dire che il termine fast fashion non è nato oggi, ha già una lunga storia» dice Luisella Berti, giornalista e comunicatrice specializzata sul tema della moda sostenibile e creatrice del blog Fatti di stile che abbiamo intervistato per l’occasione.

Luisella Berti
Luisella Berti, giornalista e comunicatrice specializzata sulla moda sostenibile

Tutto cominciò sul New York Times…

«È stato utilizzato per la prima volta nel 1989, quando Zara, la catena spagnola di abbigliamento nata nel 1975, aprì il suo primo negozio a New York – riprende Berti – E proprio il New York Times pubblicò un articolo nel quale spiegava che questo brand riusciva a produrre i propri capi in soli 15 giorni dall’ideazione all’arrivo nel punto vendita». Era l’inizio di una tendenza che sarebbe esplosa esponenzialmente e che avrebbe portato i consumatori, in particolare quelli più giovani, ad accelerare il ritmo nei consumi dei prodotti tessili, acquistando e gettando capi con una rapidità senza procedenti.

Foto: Freepik

Acqua, clima e consumo di risorse

Gli effetti sono molteplici. Per fabbricare una maglietta di cotone, ricorda infatti l’Agenzia europea per l’ambiente, occorrono 2.700 litri di acqua dolce, quanti una persona dovrebbe berne in 2 anni e mezzo. Inoltre, nel 2022 la filiera dei prodotti tessili consumati nell’Ue ha causato l’emissione di 159 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti (ETC CE, 2025a), vale a dire 355 kg di CO2e pro capite all’anno, quanti derivano da 1.800 km di viaggio con un’auto a benzina standard. Circa il 70% delle emissioni viene rilasciato per di più al di fuori dell’Europa, soprattutto in Asia, dove avviene la maggior quantità della produzione tessile. «Un altro risvolto nascosto di questo fenomeno sta proprio qui: nel fatto che la produzione avviene il più delle volte in paesi lontani, dove la tutela ambientale e sociale è quasi nulla».

La tragedia del Rana Plaza

Un episodio chiave che lo conferma è quello avvenuto a Savar, una città del Bangladesh, dove il 24 aprile del 2013 crollò improvvisamente il Rana Plaza: un edificio di otto piani, costruito illegalmente, al cui interno si trovavano diversi laboratori tessili che producevano abiti per numerosi marchi internazionali. Secondo il Rana Plaza Arrangement, vale a dire l’organizzazione che raccoglie l’intera filiera dei produttori coinvolti e che ha provveduto a erogare gli indennizzi, persero la vita 1.127 persone e altre 1.650 rimasero ferite. Solo il ritrovamento, fra le macerie, di alcune etichette, permise di ricostruire la catena dei subappalti evidenziando le responsabilità dei grandi brand (fra cui gli italiani Benetton e YesZee) che hanno dovuto così riconoscere, nonostante le smentite iniziali, i loro rapporti con quelle fabbriche.

Sfruttamento e lavoro irregolare

Ma non serve andare così lontano per renderci conto che il lavoro illegale nutre spesso questo settore. Nel dicembre scorso, infatti, sono finiti sotto la lente della Procura di Milano 13 aziende italiane del lusso nell’ambito di un’inchiesta sulla filiera produttiva e l’impiego di manodopera in condizioni di sfruttamento. Le criticità riguardano ancora una volta i subappalti verso laboratori clandestini e il mancano controllo da parte dei committenti. A febbraio, poi, una seconda inchiesta della Procura di Prato ha disposto l’amministrazione giudiziaria stavolta non per un marchio del lusso ma per una delle più note catene del fast fashion di casa nostra, Piazza Italia, sempre per mancato controllo nei confronti dei fornitori, in questo caso aziende d’imprenditori cinesi che avrebbero sfruttato i lavoratori in condizioni disumane.

Un momento dell’intervista online con Luisella Berti

Rischio invisibile

Ma un rischio invisibile riguarda anche la nostra salute. Molti dei vestiti che indossiamo ogni giorno contengono, infatti, fibre sintetiche come poliestere, nylon e acrilico: secondo il rapporto Measuring Europe’s textiles circularity pubblicato nel 2025 dall’European Environment Agency, il 58% delle fibre e dei filati utilizzati dall’industria tessile europea è infatti di origine sintetica. Lavaggio dopo lavaggio, questi materiali rilasciano microplastiche che finiscono nei fiumi, nei mari e nei terreni agricoli, entrando così nella catena alimentare.

Microplastiche nel corpo

Nel solo 2019, stima il rapporto, tra 1.600 e 61.100 tonnellate di microplastiche provenienti dai tessili sintetici sono state disperse involontariamente nell’ambiente europeo. E il punto più inquietante è che queste particelle stanno arrivando anche dentro di noi: nel 2022 uno studio pubblicato su Environment International da un gruppo di ricerca guidato dalla Vrije Universiteit Amsterdam ha rilevato per la prima volta microplastiche nel sangue umano nel 77% dei campioni analizzati. Un anno prima, un’altra ricerca pubblicata sulla stessa rivista aveva individuato microplastiche perfino nella placenta umana.

Trasparenza e nuove regole Ue

E allora, come uscirne? Una buona notizia arriva dall’Ue che ha introdotto il “Passaporto Digitale dei Prodotti” (Dpp): uno strumento elettronico che raccoglie e rende accessibili informazioni fondamentali su un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita. «Si tratta di una vera e propria carta d’identità dei vestiti, che comprenderà tutte le informazioni sulla composizione, origine dei materiali, modalità di riparazione, riutilizzo, riciclo e sostenibilità del prodotto» spiega Luisella Berti. Permetterà inoltre di seguire ogni fase del capo d’abbigliamento: dalla progettazione alla produzione, fino al riciclo, aiutando aziende e consumatori a prendere decisioni informate, favorendo trasparenza, sostenibilità e responsabilità lungo tutta la filiera. «Perché sia effettivamente applicata nel campo del tessile, con tanto di Qrcode utilizzabile tramite smartphone, bisognerà aspettare il 2027» ci spiega l’esperta.

Intanto però cominciamo a coltivare il senso di responsabilità, a conoscere il problema e a migliorare le nostre abitudini: anche su questo tante piccole gocce possono generare un grande cambiamento.